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Pronto? Pronto? C’è ancora qualcuno?

12 aprile 2012 by La Snorky

La crisi nei call center

(cc) di roberto_ferrari

Il lavoro nel call center per molto tempo è stato vissuto come un ‘non lavoro’ (e  spesso nell’immaginario comune lo è tuttora), mentre oggi si presenta come un lavoro strutturato che ha bisogno di conquistare un proprio riconoscimento e una propria stabilità. È proprio la crisi degli ultimi anni, che ha colpito anche questo settore, che ha messo in evidenza la mancanza di una politica indutriale specifica. Tra il 2009 e il 2010 si sono persi 8.000 posti di lavoro e l’emorragia è proseguita anche per il 2011 con buona parte delle perdite previste (13.000) dal ‘Quarto Rapporto sulla dinamica occupazionale nei call center in outsourcing’, realizzato dal sindacato SLC CGIL e presentato a febbraio 2011.

Prima di entrare nel merito delle cause della crisi, vediamo alcuni dati del settore. Secondo le stime di Assocontact, l’associazione di categoria delle imprese aderente a Confindustria , nel 2008 erano circa 200 le aziende italiane nel settore con circa 900 milioni di fatturato e circa 80.000 addetti. Una realtà significativa distribuita per il 50% a Nord, il 35% a Sud e il 15% nel Centro. L’area che si era maggiormente sviluppata era proprio il Sud (11% in più negli ultimi anni). Dopo il processo di stabilizzazione avviato dall’ex ministro del Lavoro Damiano, i lavoratori assunti con un contratto a tempo indeterminato hanno raggiunto quota 45 mila. La netta maggioranza degli addetti è composto da donne (75%). Oltre l’80% ha un diploma di scuola superiore, mentre i laureati sono attorno al 7-8%. I principali clienti delle società che gestiscono call center sono le aziende di telecomunicazioni e del settore dei media (55%). Più distanziate le imprese industriali (15%) e del comparto finanza-assicurazioni (14%). Il 75% dei costi a carico delle aziende è rappresentato dal personale.

Certo i call center sono un mondo variegato perchè comprendono grandi realtà, in regola, e sottoscala in cui l’imprenditore improvvisato – cosiddetto “rider” – non paga contributi e poi, ai primi venti di crisi, scompare. Ma la crisi non è certo solo questo. “E’ un momento non facile – ha osservato Umberto Costamagna, presidente di Assocontact – le aziende stanno alla finestra per vedere cosa succede e prima di commissionare una campagna di telemarketing ci pensano bene. Abbiamo anche un problema di prezzi e di costi. Raffrontando i dati del 2003, fatti 100 i prezzi di mercato oggi siamo a 93 e fatto 100 il costo del lavoro siamo a 113. Attualmente è difficile trovare un call center che riesca a fare margini”. Cala la domanda e cala il valore delle commesse. Gli appalti infatti tirano al ribasso e le grandi concessionarie spingono i fornitori a puntare sull’estero, a delocalizzare per abbassare i costi. C’è poi il problema dei contratti strettamente connesso a quello degli incentivi. La circolare 17 giugno 2006 dell’allora ministro Damiano ha stabilito, per i call center inbound, il divieto dei contratti a progetto e lo Stato ha introdotto incentivi per le aziende che trasformavano queste posizioni in contratti a tempo indeterminato. Nel Meridione gli sgravi erano totali, per questo i contact center sono cresciuti a Sud come funghi. Con gli incentivi scaduti, molte realtà in tutta Italia sono in bilico.

E allora quali proposte per contrastare la crisi? Sindacati e molte imprese si trovano concordi:

– il ripristino dell’Osservatorio Nazionale sui call center presso la Presidenza del Consiglio, ma anche riconoscere a quelle aziende del settore che, con accordi specifici con il sindacato, garantiscano la tenuta occupazionale e lo sviluppo, nonché la lavorazione in Italia delle commesse, una proroga della legge 407 sugli sgravi contributivi che potranno permettere alle realtà più sane di mantenere l’occupazione.

– la determinazione a livello nazionale di un’unica tabella di costo medio orario del lavoro per dipendenti del settore costumer care attraverso un decreto specifico che assuma i minimi contrattuali complessivi previsti dal contratto nazionale, sul modello ministeriale per le aziende del settore del turismo o del terziario, e vietando assegnazione di commesse sotto queste soglie.

– l’applicazione alle imprese controllate dal Ministero dell’economia delle norme previste per gli appalti pubblici.

il riconoscimento del settore call center come settore industriale a tutti gli effetti.

– istituzione di un Piano straordinario di lotta all’illegalità, all’evasione contributiva e assicurativa, all’elusione delle norme di legge e di CCNL nel settore.

(questo post è il risultato di molti contributi su stampa e online aventi per oggetto la crisi nel settore dei call center)

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